Vincoli normativi, opportunità di crescita e ritorno ai valori.
Attualmente, a livello globale, è evidente come la sostenibilità rappresenti un fattore determinante di competitività e di crescita. Proprio negli ultimi anni, infatti, essa ha assunto una valenza strategica e sistemica all’interno delle organizzazioni, entrando nel core business di quest’ultime, modificandone così governance, mission, valori e processi operativi in profondità. Tuttavia, il 2025 ha introdotto una nuova fase di riflessione: le politiche internazionali oppositrici, il riemergere di scetticismi verso le politiche ESG e la decisione della Commissione Europea di semplificare gli obblighi di sostenibilità attraverso il Pacchetto Omnibus, hanno sollevato interrogativi sul reale avanzamento del percorso verso la transizione sostenibile e su come far fronte a questi tempi complessi.
Cogliendo l’urgenza di confrontarsi su queste tematiche, Impronta Etica ha dedicato l’ultimo incontro dei Soci Caffè, il format di confronto periodico tra le imprese associate di Impronta Etica, svoltosi lo scorso 15 ottobre, al tema del legame tra sostenibilità e competitività. L’appuntamento, infatti, ha posto l’accento sul valore della sostenibilità oltre la compliance normativa e sulla necessità di proseguire il percorso di integrazione strategica anche in un contesto di crescente complessità e incertezza, individuando le leve che permettano di farne un fattore di competitività e crescita. In particolare, durante l’incontro è stato introdotto un contributo inedito: quello dell’antropologia. Una scienza che studia i molteplici aspetti della vita umana e le modalità con cui essi si declinano nei diversi contesti sociali e culturali, offrendo strumenti preziosi per indagare i meccanismi nascosti dietro ciò che percepiamo come “naturale”, ma che in realtà è socialmente e culturalmente costruito.
L’approccio antropologico, applicato al tema della sostenibilità, consente quindi di ampliarne la prospettiva, fornendo chiavi di lettura innovative che mettono luce sulla dimensione culturale, politica e relazionale dei processi di transizione sostenibile. In particolare, la letteratura antropologica propone alcuni spunti fondamentali:
1. La pluralità dei futuri sostenibili
Arturo Escobar (Designs for the Pluriverse, 2018) e Arjun Appadurai (The Future as Cultural Fact, 2013) sostengono e suggeriscono come non esista un unico modello universale di futuro sostenibile, ma una molteplicità di visioni del domani, profondamente legate a contesti culturali, ecologici e sociali differenti. La sostenibilità, quindi, non può essere considerata un concetto standardizzato o un “pacchetto” applicabile in modo uniforme; al contrario, deve essere interpretata come un insieme di futuri possibili, costruiti in relazione ai valori e alle visioni del mondo di ciascun contesto. Da questa prospettiva, ogni impresa è chiamata a definire la propria via verso la sostenibilità, trasformandola in un principio strategico coerente con la propria identità e cultura organizzativa.
2. La dimensione politica della sostenibilità
Il teorico americano Paul Robbins, nella sua opera Political Ecology (2019), approfondisce l’interconnessione tra ambiente, economia e politica, sottolineando come le questioni ecologiche non possano essere comprese unicamente attraverso variabili tecniche o naturali. Ogni trasformazione ambientale è, infatti, anche il risultato di relazioni di potere, scelte politiche e interessi economici. Questa visione mette in guardia da approcci semplicistici che riducono la sostenibilità alla sola dimensione ambientale, ricordando che ogni “transizione verde” è in realtà una rete complessa di processi sociali, di governance e di leadership.
3. Collaborazione e co-progettazione
Alcuni tra gli studi più recenti, come quello di Elisabeth Powell (Anthropologists at Work, 2024), mostrano come gli antropologi, operando all’interno delle imprese, abbiano generato valore non tanto attraverso soluzioni tecniche, quanto promuovendo processi di mediazione culturale e comprensione reciproca tra stakeholder. In linea con questa visione, Børsen, Botin e Nielsen (2025) propongono un approccio collaborativo e tecno-antropologico alla sostenibilità, in cui la competitività di lungo periodo deriva dalla capacità delle organizzazioni di integrare innovazione, cultura e responsabilità sociale in modo coerente con i contesti umani e territoriali. In tale prospettiva, la forza competitiva di un’impresa dipende non solo dall’efficienza tecnica o dall’innovazione, ma anche dalla capacità di costruire alleanze culturali e sociali basate su fiducia, dialogo e coerenza con l’ambiente in cui opera.
Nel complesso, questi contributi invitano a considerare le organizzazioni come autentici macrocosmi culturali, plasmati dai valori, dai bisogni e dalle dinamiche del contesto sociale in cui si sviluppano. Riconoscere questa dimensione significa promuovere una sostenibilità realmente integrata, capace di unire competitività, responsabilità e senso culturale dell’agire d’impresa.
A partire da questi spunti, le eterogenee imprese presenti all’incontro hanno dato vita a una ricca discussione sul modo in cui il rapporto tra sostenibilità e competitività si declina concretamente nel mondo delle organizzazioni. Il dibattito ha affrontato in modo approfondito il ruolo della normativa come fattore determinante nella declinazione della sostenibilità aziendale. Da un lato, è emerso per l’effetto potenzialmente limitante della standardizzazione normativa, che può ridurre la sostenibilità ad un mero adempimento formale e rallentare la maturazione di una riflessione culturale autentica all’interno dell’impresa. D’altra parte, la normativa è stata riconosciuta come una leva abilitante fondamentale per la diffusione sistemica della sostenibilità. Gli obblighi introdotti a livello europeo hanno infatti uniformato le pratiche aziendali, stimolando anche le imprese meno strutturate a intraprendere percorsi concreti di integrazione dei principi ESG.
Tale impulso regolatorio è risultato cruciale per spronare una transizione sostenibile accelerata, condivisa e basata su regole e Standard precisi.
Ciò che è emerso però come pilastro fondante per permettere alla sostenibilità di continuare a crescere e ad integrarsi all’interno delle imprese nonostante i possibili passi indietro normativi e le sfide del contesto, è la creazione di una cultura solida attorno ad essa che si diffonda capillarmente all’interno dell’organizzazione. In tempi duri come quelli che stiamo vivendo è necessario ritornare al perché e alla motivazione intrinseca che spinge le imprese ad essere responsabili nei confronti dell’ambiente e delle persone: solo ritrovando la sostenibilità come un valore, è possibile modellare ogni aspetto dell’azienda attorno ad essa senza esitazioni o scetticismi.
In conclusione, occorre bilanciare l’esigenza di conformità normativa con la dimensione etica e culturale che dà senso e profondità all’agire sostenibile. In questo modo, la sostenibilità smette di essere un mero requisito di compliance risultando spesso soltanto un costo, per diventare un pilastro identitario e strategico dell’organizzazione che catalizzi opportunità strategiche e garantendo resilienza e solidità.
Articolo redatto da Impronta Etica, Associazione senza scopo di lucro costituitasi nel 2001 per la promozione e lo sviluppo della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa (RSI).
30 Ottobre 2025




