I risultati raggiunti dopo l’ultimo vertice mondiale sul clima.

Dal 10 al 21 novembre 2025, si è tenuta a Belém, città brasiliana nel cuore della regione amazzonica, la trentesima Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC), anche conosciuta come COP30. La COP rappresenta annualmente un appuntamento fondamentale in grado di riunire i vertici dei diversi Paesi del mondo per affrontare in maniera coordinata e collaborativa i problemi legati al cambiamento climatico. La COP30 ha preso il via in uno dei luoghi simbolo della lotta climatica, l’Amazzonia, in un quadro politico globale particolarmente frammentato come quello attuale. Tra i 194 Paesi presenti alla COP si è infatti registrata la pesante assenza degli Stati Uniti, usciti anche dall’Accordo di Parigi all’inizio del 2025 con un ordine esecutivo firmato dal Presidente Donald Trump, insieme ad una crescente tensionee divergenza tra gli altri Paesi del mondo, rispetto ad importanti posizioni economiche, commerciali e di visione. Divergenze che si sono riflesse in modo inevitabile anche nei negoziati del vertice, portando ad importanti disgregazioni negli iter decisionali.

L’obiettivo principale del vertice della COP30 era quello di valutare lo stato attuale dell’azione climatica globale e presentare i nuovi Contributi determinati a livello nazionale, ovvero i piani d’azione climatica dei singoli Paesi, con scadenza temporale dei propri obiettivi fissati al 2035; oltre a consolidare gli impegni finanziari necessari a sostenere la transizione climatica, in particolare direzionando i flussi finanziari verso i Paesi più vulnerabili. Inoltre, la Conferenza aveva ricevuto il compito di definire nuovi indicatori per monitorare i progressi in merito alle politiche globali sull’adattamento climatico e di rafforzare il multilateralismo, definendo nuovi rapporti di collaborazione rispetto alle politiche commerciali legate agli aspetti climatici.

All’apertura della COP30, la discussione sullo stato del Pianeta ha evidenziato che nonostante alcuni obiettivi raggiunti dai singoli Paesi, solo ottantasei di questi hanno presentato in tempo i nuovi piani d’azione climatica, delineando una traiettoria globale di riduzione delle emissioni del 12% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019. Un risultato che non rispetterebbe appieno l’obiettivo stabilito con l’Accordo di Parigi di contenimento dell’aumento della temperatura mondiale entro gli 1,5°C, e che evidenzia un progresso frammentato e non coordinato nell’azione climatica.

Il vertice nelle due settimane di lavoro ha portato ad alcuni risultati e fallimenti negoziali, rispetto alla strada fissata.

Tra i principali risultati ottenuti, grazie al fondamentale ruolo di negoziazione della Presidenza brasiliana, troviamo l’adozione della “Global Mutirão decision”: un documento che sottolinea il carattere multilaterale e cooperativo delle decisioni politiche prese durante la COP. Si tratta di un pacchetto decisionale collettivo che invita tutti i Paesi a un’azione concertata su clima, adattamento, finanza, implementazione e cooperazione globale. Non si tratta di un trattato vincolante, ma un accordo politico basato sul consenso tra le Parti.Con l’adozione del Global Mutirão, viene riaffermata la centralità della necessità di raggiungere gli obiettivi finanziari stabiliti durante la COP29 con il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG) e il raggiungimento di 1,3 trilioni di dollari di flussi finanziari orientati agli investimenti sul clima entro il 2035. La decisione introduce inoltre l’istituzione del Global Implementation Accelerator, uno strumento volontario per sostenere i Paesi nell’attuazione delle proprie strategie di mitigazione e adattamento, aprendo uno spazio di consultazione sulle politiche commerciali legate al clima.

Nonostante le aspettative di molti attori globali, la COP30 non è riuscita a trovare un accordo tra le Parti per la definizione di una roadmap internazionale condivisa per un’uscita dall’utilizzo dei combustibili fossili come fonte di energia primaria. Tuttavia, è stato però raggiunto un importante risultato sulle politiche per l’adattamento con l’adozione di 59 nuovi indicatori, gli “Indicatori di Belém”: una misura cruciale per valutare la capacità dei paesi di rispondere agli impatti dei cambiamenti climatici, segnando un importante passo avanti nel tracciare i risultati concreti oltre i semplici negoziati. Sebbene l’effettiva implementazione di tali indicatori sia rimasta volontaria e non vincolante, rappresentano un passo avanti significativo nella definizione di un linguaggio tecnico comune sulla resilienza ai cambiamenti climatici. Inoltre, anche sotto il profilo finanziario è stato ribadito l’impegno a triplicare i fondi pubblici destinati all’adattamento, anche se la distanza tra le risorse economiche previste e quelle considerate necessarie dagli esperti rimane sostanziale. Sempre sotto il profilo dell’adattamento climatico è stato inoltre reso pienamente operativo il Fondo Perdite e Danni grazie ad una semplificazione delle pratiche burocratiche per l’accesso alle risorse e alla conferma dei prossimi cicli di finanziamento del Fondo stesso, una decisione che conferma un impegno globale per un supporto concreto ed attivo alle comunità e ai Paesi più vulnerabili ai disastri climatici.

Infine, la COP30 ha evidenziato la necessitò di mettere al centro delle politiche climatiche i diritti umani ed un più ampio impianto di politiche sociali in grado di supportare una transizione che non lasci indietro nessuno. Per raggiungere questi obiettivi è stato introdotto un nuovo meccanismo dedicato alla transizione giusta, il Belém Action Mechanism for Just Transition, pensato per supportare i Paesi nell’integrare gli aspetti sociali e occupazionali nelle proprie strategie di decarbonizzazione. Inoltre, con il Belém Gender Action Plan sono state aggiornati gli obiettivi di lungo periodo rispetto alla parità di genere e in generale si è posta l’attenzione sull’integrazione di un approccio intersezionale che promuova una rendicontazione sociale più robusta e strutturata da parte degli attori coinvolti nella transizione climatica.

A fronte a ciò che è stato portato avanti durante la COP30, le imprese hanno oggi ben chiare quali sono le sfide del futuro, consapevoli di quali siano le priorità dell’agenda globale, seppur in assenza di decisioni a carattere vincolante. Le imprese in quanto attori fondamentali della transizione sostenibile, non solo devono partecipare attivamente agli investimenti sul clima, ma assumere un ruolo di partner strategici delle istituzioni, partecipando attivamente alla pianificazione delle politiche climatiche. Inoltre, questa COP30 ha permesso di comprendere come non sia più possibile parlare di transizione climatica considerando soltanto l’aspetto ambientale. Serve implementare una transizione che porti a bordo le persone tenendo insieme anche la dimensione sociale, garantendo l’inclusione e la garanzia di diritti per tutti.

Come già osservato in precedenti vertici climatici, la strada per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi appare ancora ricca di ostacoli, costellata da un’importante frammentazione e disomogeneità di intenti. La COP30 ci fornisce però uno spunto fondamentale per il futuro: rimettere al centro la collaborazione e la cooperazione tra gli attori, agendo come un’unica forza motrice verso un futuro più sostenibile, è l’unica leva capace di generare un cambiamento fattivo.

Articolo redatto da Impronta Etica, Associazione senza scopo di lucro costituitasi nel 2001
 per la promozione e lo sviluppo della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa (RSI).

22 Dicembre 2025

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