IL LIBRO: #MAKER. COSA CERCANO LE AZIENDE DAGLI ARTIGIANI DIGITALI

Il CNS intervista l’autore Stefano Schiavo

Industria 4.0, robot, futuro, pseudo scenari tra genere fantasy, letteratura e ontologia.

Si dice spesso che ogni futuro è già trascorso, che il lavoro subirà profonde trasformazioni, domande importanti alle quali cerca di dare una risposta Stefano Schiavo, ingegnere vicentino, consulente d’impresa, fondatore della Sharazad, società che accompagna le aziende nella definizione di modelli di business strategici.

1) Chi sono i Maker?

La discussione sul significato di Maker è molto attiva, a volte eccessivamente. Spesso cade in confronti di posizione legati alle diverse figure professionali che entrano nel dibattito. Evitando di inserirmi nel confronto tra designer, progettisti, appassionati e tecnici, ho provato a esplorare una definizione che partisse dal punto di vista delle aziende manifatturiere.

Più in generale ho esplorato l’idea dei soggetti economici che possono trarre beneficio da queste nuove figure professionali. Questa esplorazione, fatta di incontri, confronti e lunghi viaggi ha portato a una definizione che collega il Maker a un agente di cambiamento, Un professionista che, facendo leva sulle nuove tecnologie e sul presidio del mondo digitale nei suoi aspetti più innovativi, riesce a ibridare sistemi di produzione tradizionali a forte carattere artigiano impattando sul modello economico circostante.

Non solo l’esperto di fabbricazione digitale, non solo l’appassionato di droni e stampanti 3d, ma un attore del sistema economico capace di incidere sul processo di innovazione delle aziende manifatturiere. Tutto ciò ripensando, grazie alle nuove tecnologie, aspetti come il processo produttivo, l’interfaccia tra prodotto e cliente, l’integrazione di servizi digitali ai prodotti e così via.

2) Quarta rivoluzione industriale, fabbriche digitali, robot, droni. Il lavoro tramite il digitale è profondamente cambiato. Che sviluppi prevede per il futuro?

È inevitabile vedere molta parte del lavoro tradizionalmente svolto dall’essere umano compiuto in futuro da computer e robot. Molte professioni basate su algoritmi e codici dovranno ripensare il proprio valore per il mercato. Poco lungimirante sarebbe, nell’attuale contesto di competizione internazionale, limitare l’impatto di questa innovazione con sistemi protezionistici o corporativi che andrebbero solo a danno della capacità competitiva delle aziende. Il miglioramento dell’efficienza del lavoro e della sua produttività è garanzia di crescita e sviluppo e deve essere considerato in questo senso, con la giusta attenzione a non lasciare indietro chi non avrà la possibilità di adeguare velocemente le proprie competenze. Compito della politica, ma anche di una società impegnata a ripensare attivamente i propri processi economici.

Detto ciò, questo processo è anche l’unica garanzia per la nostra economia di mantenere un ruolo significativo nel contesto internazionale. Una competizione al ribasso fatta di svalutazioni e presidi forzati di lavori manuali a basso contenuto culturale, rischia solo di vederci perdenti. Ogni volta in cui si sono prodotte queste innovazioni che andavano a “distruggere” equilibri economici e lavorativi precedenti, sono emerse nuove necessità e opportunità lavorative di un grado superiore. Un processo non indolore e pieno di incognite e rischi, ma che sarà meglio affrontare apertamente e non rimuovere con il rischio di subirlo in maniera incontrollata.

3) Per scrivere il libro ha incontrato molti imprenditori, ricercatori, quali sono state le domande ricorrenti?

I nostri imprenditori e manager hanno una visione dell’innovazione del movimento maker molto limitata. In modo provocatorio potrei dire che in gran parte non erano nemmeno consapevoli dell’esistenza del fenomeno. Come se i maker appartenessero a una bolla mediatica autoreferenziale o adatta al grande pubblico interessato alle magie avveniristiche della tecnologia, ma senza alcuna relazione con l’economia reale.

Tranne in alcuni casi virtuosi come Talent Garden (e di The FabLab di Massimo Temporelli), Self Group e Banca Ifis, nei miei incontri ho visto processi di accesso a nuove tecnologie fondati su un tradizionale percorso fatto di fornitori, fiere, riviste di settore. I Fab Lab e i maker non entravano in questo processo e tanto meno in quello virtuoso di Industria 4.0. È un fatto importante perché la rivoluzione tecnologica, la quarta rivoluzione industriale, potrebbe svilupparsi senza il contributo reale del mondo maker. È non sarà colpa delle aziende.

I maker hanno senso solo assumendo un ruolo che vada oltre quello attuale. Devono riuscire a entrare nell’interesse delle aziende e non lo faranno per l’aspetto tecnologico (per il quale le nostre aziende sono ben preparate), ma attraverso la definizione di un ruolo culturale. Devono mostrare la strada agli imprenditori per un’esplorazione nuova del mercato. Fondata sui princìpi del Design Thinking e della costruzione snella di nuovi modelli di business in cui inserire con consapevolezza una tecnologia adeguata. La tecnologia è un amplificatore che incide su processi di business sottostanti. Se questi modelli sono equilibrati, la tecnologia permetterà di amplificare il loro valore. Altrimenti rischieranno solo di amplificare il caos.

4) Come cambierà l’impresa e quale sarà il legame con il lavoro?

L’impresa dovrà ridefinire il suo ruolo nei confronti del mercato. L’integrazione dei dati, l’efficienza delle filiere della produzione e dell’informazione, una nuova logistica che già si intravede ridefiniranno i confini tra creativi e designer, produttori e distributori, operatori del retail e del marketing. Il lavoro sarà sempre più esterno ai confini tradizionali dell’impresa.

L’ibridazione con contesti diversificati consente a chi opera autonomamente con diverse aziende di ampliare la propria visione. I maker, i freelance del digitale, le piccole agenzie e i piccoli laboratori sono per le aziende un valore prezioso che eviterà loro di chiudersi, come troppo spesso avviene, all’interno di una fabbrica o di un ufficio.

Integrare questo lavoro che si sviluppa in innovativi spazi di coworking, nei Fab Lab e nei maker space è una delle azioni virtuose che dovrebbero essere svolte dall’azienda. È un’esigenza di natura culturale che richiede grande lungimiranza e umiltà da parte di manager e imprenditori. Un caso come quello di Mero & More, progetto di coworking e maker space di un’azienda dell’abbigliamento che apre le sue porte a startup e professionisti del fashion consentendo l’acceso a macchinari, materiali e know-how in cambio di visione e apertura alle nuove dinamiche del settore, è emblematico.

5) C’è il rischio di perdere la dimensione di comunità, di rispetto del lavoratore?

Se prevarrà, come auspico, una visione umanistica del lavoro che mette al centro le capacità progettuali dei lavoratori, non vedo questo rischio. Anzi, la riduzione di certe aree di lavoro manuale può permettere di liberare risorse intellettuali poco utilizzate in passato. Perché grande parte della capacità di innovazione e di creatività sta proprio nelle mani di chi lavora nei contesti operativi. L’innovazione nasce da una consapevolezza profonda dei processi produttivi, da una ricca competenza tecnica che si integra però anche con la capacità di esplorare un senso e un significato più alto del proprio fare materiale. La cultura è la nostra risorsa principale e diventa un elemento di cambiamento e successo se integrata con la capacità di agire in ambito manifatturiero. Questa è una caratteristica che contraddistingue tradizionalmente il nostro Paese e che permette di leggere con speranza il futuro se avremo il coraggio di governare questo momento di grande innovazione. L’esempio di Tecnificio e del lavoro di Polifactory di Stefano Maffei a Milano è esemplare.

6) Quali sono i settori più interessanti per il Maker?

Evidentemente i settori manifatturieri sono quelli più adatti alle competenze dei Maker e degli artigiani digitali. Le quattro A della creatività italiana sono l’agroalimentare, l’arredo design, l’abbigliamento moda e l’automazione industriale. Come spiega Stefano Micelli, in questi settori la personalizzazione delle soluzioni, il contenuto creativo e culturale e la presenza di innovazione tecnologica, in particolare di carattere digitale, è molto rilevante. Permette di esprimere al meglio le caratteristiche delle aziende italiane ed è fondante della nostra capacità di export. I maker possono trovare un ruolo scardinante e innovativo in questi contesti. Cosa rilevante è che questo può accadere in diverse aree della catena del valore di questi settori. Non solo nei processi più prettamente industriali e nella logistica, ma anche nel retail, nella ricerca e sviluppo e in altre aree aziendali, le innovazioni tecnologiche digitali possono modificare radicalmente il modo di interfacciare l’azienda con il mercato.

7) È possibile coniugare valore consortile e tecnologia?

Ho recentemente lavorato nell’ambito consortile e ho trovato spazi di applicazione interessanti, ovviamente dove la tecnologia poteva avere un senso nel processo di business. Devo dire che il limite maggiore che ho trovato è stato quello di un forte orientamento alla saturazione degli asset più che alla generazione diretta di valore per il mercato. Proprio per la centralità del fattore umano e per le grandi competenze e professionalità sviluppate in questi contesti si rischia di far prevalere ciò che si sa fare su ciò che il mercato cerca.

Per evitare questo rischio e far emergere al meglio opportunità di sviluppo anche tecnologico che possono esaltare il lavoro delle persone coinvolte, serve adottare una lettura del business model aziendale nuova, fondata sul valore per il cliente. Sono oramai presenti approcci strategici e organizzativi adatti a questo processo. Il movimento del Lean Thinking, anche nel suo recente sviluppo sui business model, consente di integrare innovazione tecnologica e sviluppo del mercato in maniera armonica. Sono approcci e metodologie particolarmente adeguate a questi contesti.